Bollettino sulle voci inside my head #14

Dieci anni fa ho fatto l’Erasmus. Potrei scartavetrarvi i coglioni su cosa pensi in generale della possibilità di poter trascorrere un periodo di studio all’estero, ma non lo farò perché penso sia abbastanza deducibile. Ho bisogno invece di far fuoriuscire le voci inside my head dopo che ieri ho cenato con i miei irlandesi – che non vedevo da cinque anni.

Qui è dove vi avevo raccontato delle condizioni in cui vertevo quando ero a Dublino, se volete rifarvi due risate. A peggiorare le cose c’era il mio stramaledetto e precocissimo senso del dovere, che mi aveva imposto il dazio del lavoro se volevo sbronzarmi ammerda nei week-end – sì, ho avuto un Erasmus difficile perché è molto difficile essere me, ed era ancora più difficile essere me quando non bevevo la birra – che grande idea l’Erasmus a Dublino, direte voi!

L’oscillazione perpetua e contemporanea tra forze totalmente opposte è un po’ una #storyofmyfuckinglife. Nel disagio irlandese ci sono state molte cose belle, tra cui il mio lavoro come nanny-italian teacher al piccolo Jack, che allora aveva due anni. Due anni sono pochi. Forse non mi rendevo conto di quanti pochi fossero, due anni. Ma io ne avevo venti, e forse non mi rendevo nemmeno conto di quanti pochi fossero, vent’anni. La situa: madre e padre irlandesi innamorati dell’Italia, tanto che ci si sono sposati e ci hanno pure comprato una casa per le vacanze – fatalità della vita, proprio nell’alta Toscana, e avevano pensato di affiancare al babysitteraggio del loro pargolo pure qualche nozione di italiano. Io ovviamente esaltatissima per tanto progressismo e tanta lungimiranza, ero alla mia prima esperienza lavorativa – e avevo una paura fottuta. Ma Julie mi ha sempre sorriso. Sempre. Dal colloquio alla cena di addio in un ristorante italiano dove suo marito mi fece sbronzare tantissimo – e io mi vergognavo un sacco perché pensavo forse che gli adulti non si sbronzassero ammerda, ahah!

Non mi ha mai fatta sentire una cretina, anche se non capivo bene la lingua, anche se andavo vestita come una homeless a tenergli il figliolo, anche se una volta l’ho chiamata con la voce spezzata perché avevo perso la mia paga nel suo vialetto – e lei mi pagò di nuovo, anche se una volta non sono riuscita a calmare il piccolo Jack a cui venne una crisi di pianto inconsolabile, e io allora piangevo con lui, lui voleva la mamma e io volevo casa, un concetto di casa che allora era del tutto generico e che ci ho messo dieci anni a definire.

Con Jack abbiamo fatto molti puzzles, ragionavamo di cose a caso e ci facevamo tante coccole. In quella casa di Blackrock avevo trovato la mia culla di benessere, e vi ottenni anche il più grande successo della mia vita. La passione di Jack era Finding Nemo, lo guardavamo a rotazione, ma io gli rompevo le palle interagendo con lui in italiano. Un giorno gli ho chiesto in inglese chi arriva adesso?, e lui mi ha risposto con un sonoro LO SQUALO!!! Lì mi sono sentita potentissima, abbiamo riso tanto, me lo sono spupazzata tutto, e ho raccontato questo aneddoto forse più volte di quelle che abbiamo visto Nemo insieme. E ieri, ora che ha quasi tredici anni, se lo è ricordato, e non si è nemmeno vergognato a dirlo, anche se poi ha passato gran parte della serata al telefono – ha tredici anni, lo dobbiamo solo lasciare perdere. Io mi sono dedicata alle sue sorelline – che nel frattempo si sono palesate al mondo, abbiamo avuto conversazioni stupende su tutta la loro esistenza, e alla fine hanno fatto come faceva il piccolo Jack (che ieri avevo paura mi mangiasse insieme alla sua pizza salsiccia e cipolla) gli ultimi giorni di Dublino: mi hanno abbracciata forte pregandomi di rimanere.

E quindi sì, rimango. E forse penserò anche a tornare in terra d’Irlanda per salutare la me, smostratissima, ventenne – e dirle che le volevo già bene.

B.

 

Bollettino sulle voci inside my head #13

Ho pensato eccoci, dannazione, è già finito maggio – ma una volta maggio non durava quanto gennaio, com’è possibile, ansia panico paura. Poi mi sono andata a leggere quello che avevo scritto prima di partire per il Salone e beh, avrei potuto scriverlo oggi. E non riesco ancora a definire se questo tende al bene bene o bene ma non benissimo o addirittura al male a tratti malissimo. Chissà.

Nella mia personale GORM (Grande Opera di Rinnovamento e Mutazione) sto cercando di prendere le cose con calma e lentezza, ma a volte proprio non si può, e quindi le ultime settimane sono state un po’ in modalità girandola sul terrazzo (quelle che non capisci mai chi le ha messe ma oh, ci sono ovunque) – una girandola di cose belle ma pure impegnative, di sonno intermittente, di pasti di plastica ma poi cenini rinfrancanti, di messaggi vocali infiniti, di incastri e parcheggi sbarazzini, di pioggia interminabile che ormai non mi scalfisce manco più e oggi mi sono vestita con una maglietta a maniche corte senza canottiera sotto perché magari se glielo fai capire che è praticamente giugno il Sig. Meteo si ripiglia.

Domenica ho pulito la mia casina e mi sono messa a riordinare i souvenir di questi giorni, programmi di eventi, cartoline, biglietti, libri che stanno lì ad aspettarmi pazienti. Ho il mio block notes con l’ananas e i brillantini colmo di parole e di pensieri che vorrei lasciare qui, e so che lo farò. Dopo l’aprile della visualizzazione dei traumi e della riappropriazione, maggio è il mese della rivendicazione. Di ciò che ero, di ciò che mi ero scordata di essere, di ciò che non avevo mai creduto abbastanza di poter essere, di ciò che ero sempre stata troppo pigra o distratta per essere.

La rivendicazione porta con sé i ricordi, e io apro le mie scatole divise per anno solare, o sfoglio ciò che sta dentro ai raccoglitori dell’Ikea – ritagli di articoli, appunti sparsi, foto, proto bullet journal, le mie dispense dell’università, e dico adesso tornate, tornate anche voi, mi avete aspettata qui dentro tutti questi anni bellini archiviati e protetti dalla polvere che riprendervi in mano ora è facilissimo e meraviglioso, e anche sorprendente, perché davvero mi dico brava Bea, ma bada te come eri avveduta, sembri una irrecuperabile gonfia, e invece… e invece tutto è al suo posto. 

Quindi sì, siccome sono giorni importanti, di inclusione di cose nuove, cose agognate, cose per cui ho capito che mai smetterò di combattere, allora me li volevo ricordare.

  • Mi sono goduta abbestia i giorni alla Polveriera per il IV Festival della Letteratura Sociale.
  • Ho visto Dolor Y Gloria e mi sono emozionata.
  • L’Oltrarno mi ha rapito il cuore – infiniti posticini, vicoli, piazze che si aprono all’improvviso, sensazione fortissima di scoperta come se mi fossi appena trasferita in una città all’estero e allo stesso tempo vertigine per non aver vissuto cose che comunque non avrei potuto vivere perché ero per forza di cose altrove (sempre per la serie è facilissimo essere me).
  • Sudare e cantare in palestra sembrando completamente cretina mi continua a far fare dei sorrisoni enormi.
  • Lo yogurt la mattina è una gioia che prosegue impertinente.
  • Il mio zainetto con gli elefanti me l’ha svoltata.
  • “Il neoliberismo ha i giorni contati”.
  • Quando il gatto del vicino non si manifesta provo cieca gelosia.
  • Continuo ad appuntarmi serie tv da vedere e mi autoconvinco di poterlo fare molto presto.
  • Pistoia spacca sempre i culi.
  • Ho votato nel terzo comune diverso della mia vita. A questo giro in una scuola elementare in collina, eravamo io i carabinieri e gli scrutatori, l’ho trovato molto romantico.

B.

Bollettino sulle voci inside my head #12

Mi sembrano passate intere ere geologiche dall’ultimo Bollettino, e invece sono trascorse solamente due settimane. Me ne sono successe di ogni. Così, all’improvviso, BAM!, una via l’altra. Ma io a ‘sto giro non mi faccio fregare. Eh no. Me ne sto zitta zitta e buona buona, continuo a stare nel mio, a mangiare a colazione il mio yogurt con frutta fresca, miele e cereali come se fossi in vacanza in Grecia, ad andare in palestra – con un borsone nuovo dopo, attenzione, OTTO anni da quello acquistato nel 2011 e che non ne poteva più, e a praticare lo zen o l’arte della manutenzione dei cazzi miei. Perdonate i frequenti francesismi su questo blog, sono pur sempre una donna di provincia.

Cosa mi manca in questo periodo? Stare spiaggiata sul divano a spararmi puntate e puntate di serie tv, andare al cinema (ad aprile non ci sono mai andata, uffi – menomale ho rimediato con la proiezione all’Ostello Tasso a cura dei tipi di In Fuga dalla Bocciofila, la prossima volta ci andiamo insieme?), indossare i miei capi-spalla primaverili (serve davvero dire qualcosa sul clima di questi giorni? Cioè una ce la mette tutta per combattere la depre e poi quando la mattina tira le tende di camera e vede il nebbione non dovrebbe rintuzzarsi di nuovo sotto le coperte? Ditemelo voi!), fumare ottocento sigarette di fila senza soluzione di continuità (107 giorni senza, posso forse iniziare a dirlo in giro con un po’ più di convinzione), sfogliare notizie leggere e scaccia pensieri, stare di più coi miei amici.

I giorni prima del Salone del Libro sono frenetici e deliranti. Per quelli che i libri li devono vendere. A cose normali. Figuratevi in questi giorni con tutto il disagio che è scoppiato. Cosa devo dirvi io, se non che appoggio chi ha scelto di non partecipare al Salone, ma pure, chiaramente, chi al Salone ci va – perché è una questione complessa, che qualcosa ha smosso, ma che più che altro ha dimostrato – se ce ne fosse stato ancora bisogno – che siamo veramente nella merda.

Per me in quanto B. è un Salone importante: ho riguardato le (poche) foto di quello del ’15 e di quello del ’16, e boh, mi sono un po’ venuti i brividi: altro che ere geologiche, era completamente un’altra vita.

Sono ancora qui che sto scegliendo a quali incontri partecipare, pensando a come comprimere i miei outfit nello zaino, a quando lavare i capelli per avere un timing perfetto, a come potrò mantenermi idratata senza dover correre in bagno ogni ora, ma intanto voglio dirvi cosa farò “ufficialmente”:

  • Grazie a LiberAria incontrerò la scrittrice spagnola Elvira Navarro, di cui la casa editrice pugliese ha appena pubblicato il romanzo La lavoratrice, che ho potuto leggere in anteprima e di cui, dannazione, non vedo l’ora di parlarvi.
  • Come al BookPride, stazionerò allo stand degli adorati effequ (se cliccate c’è il sito nòvo, badate che bellino!) e vi spaccerò un po’ di librini bòni. Lo farò sabato 11 maggio dalle ore 16.00.

E poi ho voglia di provare meno panico possibile ma nemmeno di dare l’impressione di essere fatta di cocaina. Ho voglia di incontrare le persone, di sbirciare scrittori e personaggi famosi, di sfogliare libri da mettere nella lista dei desideri, di continuare a mettere in moto il cervello. Con calma e per benino.

Ci si vede a Torino?

B.

Bollettino sulle voci inside my head #10

Da lunedì ho mal di gola e mi fanno male le orecchie quando deglutisco, e allora è come se avessi dell’ovatta in bocca, una molletta dei panni sul naso, di quelle grosse e di legno che usava la mia nonna in montagna, me lo fanno pizzicare tanto da farmi lacrimare gli occhi. Quindi ho la vista velata e un senso generico di fastidio, ma non abbastanza per starmene a letto. Semplicemente faccio le cose incazzata perché non sento bene, non vedo bene, e mi bruciano le tonsille.

Penso che sia questo il motivo per cui questa settimana ho trovato amplificata all’ennesima potenza la riluttanza nei confronti del mondo (sì poi è anche la depre post Bolo ma tant’è): dalle reazioni post Notre-Dame (è pazzesco come si sia riusciti a scannarci pure per questo, ci sono rimasta di merda), all’ipotesi di chiusura di Rai Movie e Rai Premium “perché caratterizzati da limitata audience e scarsa profilazione del pubblico”, la guerra in Libia che boh secondo me dovrebbe essere un argomento di discussione primario invece vabbè, gli insulti a Michela Murgia e la bassezza della vicenda del ssm dell’Inps, che vi giuro mi fa venire il vomito. Mi rimbalza tutto nella testa che già formicola di per sé, sentendosi inadeguata e piena – delle telefonate di lavoro che proprio in questi giorni hanno raggiunto picchi estremi di sbatti, dei contributi non richiesti da gente totalmente inutile, di disagi non miei che però sento tantissimo miei come si fa mannaggia, e vorrei avere una torre d’avorio d’emergenza in cui rifugiarmi, che lo so che non sta bene però a fronte di tutto questo parlare io vorrei solo un po’ di silenzio, una bella vista e tanti libri.

E allora mi rendo conto che ops, la torre d’avorio ce l’ho, si chiama Eremo e dannazione come ci sto bene. Perché va bene che sono un animalino sociale, ma è giusto anche che mi stiate tutti sul cazzo ogni tanto e che io non voglia vedere nessuno (a parte ovviamente pochi eletti), e me ne sbatta pure “delle piccole cose belle di ogni giorno” che sì sì ci sono io me le segno, le fotografo e me le tengo per dopo, ma ci son giornate che voglio semplicemente poter definire “di merda” senza sentirmi in colpa – voi e la vostra resilenza di stocazzo!, e starmene tra gli ulivi a leggere libri-disagio accarezzando gatti non miei – che era un po’ un’aspirazione della vita e l’ho ottenuta, cosa voglio di più? Che tanto a scendere dall’Eremo e a ributtarmi nella mischia ci metto cinque minuti, non temete.

io vi amo
vi amo ma vi odio però
vi amo tutti
è bello è brutto io non lo so
io vi amo
vi amo ma vi odio però
vi amo tutti
è bello è brutto è solo questo

B.

Bollettino sulle voci inside my head #9

Per darvi un’idea della situa, febbraiomarzoaprilefinora sono durati come tipo dall’1 al 13 gennaio. Per dire. Uno dei misteri della vita che non smetteranno mai di sorprendermi è quanto possa essere variabile e distorta la percezione del tempo. Quindi nulla, succedono cose, forse fuori poche ma inside my head tantissime. E visto che tra i miei nuovi obiettivi della vita c’è quello di stare sempre al passo coi miei tempi interiori che sono molto più lenti di quelli esteriori, adesso ci si mette qui e si fa un simpatico elenco puntato di cose a caso.

  • Continuo a stalkerare gli alberi in fiore e a chiedermi “chissà che albero è questo!”, perché la mia classificazione dei fiori di aprile è la seguente: quelli super fucsia, quelli bianchi ma grossi su tronchi neri, quelli rosa ma puffosi. Se c’è un botanico in ascolto mi scriva grazie. In più vivo sempre con struggente nostalgia il momento in cui cominciano a spuntare le tenere foglioline accanto alle esplosioni di colore, ogni giorno controllo con apprensione lo stato evolutivo del passaggio e muoio un po’.
  • Mi struggo anche perché è già fiorito tutto il glicine e per me nella vita Il Glicine è solo uno e uno soltanto, e si trova su una terrazza di Pisa, e volevo andare a salutarlo ma non sto riuscendo perché non trovo il giorno per farlo e mi manca tantissimo, quel glicine. E Pisa. Pisa mi manca sempre.
  • Ho ricominciato a dare ripetizioni e questo mi rende felice. Ne prendo atto in maniera serena, accetto il mio disagio e non mi vergogno a dichiarare che potrei passare le giornate a fare gli schemini, tanto si sa. Mi fa molto ridere aver ripreso in mano i programmi di seconda superiore, all’epoca baldanzosamente snobbati, e che ora mi provocano occhi colmi di stupore e urgenza di far capire alla mia bimba la meraviglia della crisi dell’impero romano o del periodo ipotetico in inglese. Penso che forse c’è un tempo per tutto, e va bene così (ma il tempo per la bimba di non bocciare è ora e dannazione ci riusciremo!).
  • Avere delle missioni nella vita è bello. Ed è bello quando la tua missione della vita non è più “alzarsi dal letto”. Mi godo il momento e cerco di affrontare delle paure complesse che sono strascichi degli anni passati, che proverò a riassumere con due accattivanti frasi motivazionali: “è giusto fermarsi quando non si hanno più cazzi”; “alza il culo che ti stai soltanto facendo una damigiana di seghe mentali”. Amen.
  • Il potere catartico che hanno su di me i film è qualcosa di imprescindibile: ho tratto enorme giovamento dalla visione di: I villeggianti della Valeria Bruni Tedeschi e Ricordi? di Valerio Mieli. Mi si sono smosse cose, mi si sono aperti i chakra, mi si è ossigenato il cervello.
  • Non pensavo che avrei mai potuto esprimere il concetto che sta per seguire, e davvero non ne sono del tutto contenta, ma bisogna che lo riporti per il mio innato bisogno di lasciare traccia degli eventi: se non faccio attività fisica per più di tre giorni consecutivi mi piglia male. Adesso vado a dondolarmi in un angolo, scusate.
  • Ho fatto una kind of personal timline, perché inizio ad avere difficoltà a collocarmi nel tempo. Nel senso, quanti anni avevo nel 2003 tipo? Ecco, adesso lo posso verificare in un battibaleno. Se volete ve la fo pure a voi.
  • Per quanto ancora potrò continuare a nutrirmi di #pastoni? Cucinare cibo vero la scorsa domenica per i miei amici mi ha fatto salire dei dubbi devastanti.
  • Ho la testa piena di idee roboanti, progetti esaltanti, svolte della vita e piccole rivoluzioni da attuare nel quotidiano (leggi mangiare lo yogurt con la frutta fresca a colazione); è bello, è pauroso, è più bello che pauroso. Non mi capitava da anni di sentirmi così. Voglio, esigo di andare piano per non perdermi pezzi.
  • Gli amici mi continuano a salvare le giornate.
  • Guardo la mia casa piena di luce e di libri e penso che qualcosa sta andando bene.
  • Bere tanta acqua rimarrà sempre la più giusta soluzione a moltissimi problemi, ma un grandissimo stigma sociale.

B.

Bollettino sulle voci inside my head #6

Tarli mentali e dove trovarli: l’annosa questione della gestione dei pasti.

Credo sia giunto il momento di parlarne perché pensavo che il problema prima o poi sarebbe giunto a un felice capolinea, e invece no.

Le tappe del disagio

  • Nel 2007 faccio finta di abbandonare la Conca e mi trasferisco a Pisa per studiare all’Università. Si tratta dell’anno della “dieta cattiva”, quindi insieme al mio disagio-base porto nella mia prima casa da studentessa l’angoscia per il cibo. Agogno i pasti che si preparano le mie adorate coinquiline sarde, patisco la fame come da mesi a quella parte e infine esplodo davanti a un cornetto alla Nutella. Addio, ho bisogno di farmi una vita sociale, quindi sì alla mensa e ai cenini e alla scoperta dei sapori del Sud e delle Isole, no alla base proteica. Riprendo peso ma ritorno felice (e grazie a Sylvie imparo a cucinare).
  • Vogliamo davvero parlare dell’ansia che mi generava nutrirmi in Erasmus? Le cucine condivise che ogni tre giorni erano inagibili. Gli armadietti da cui le genti mi rubavano cose. L’orrore del cibo anglosassone, carissimo e senza senza sapore e che ti gonfiava e basta. I pasti consumati in camera perché avevo problemi a relazionarmi con le genti. La mensa dell’Uni che serviva chiaramente cibo per cani. I fast food ogni 100 metri. L’assenza di alternative sane e convenienti. Voglio regalarvi un raro momento di disperazione: io che con i soldi guadagnati dal babysitteraggio vado in un ristorante italiano, da sola, di domenica a pranzo, spendendo una cifra esorbitante per mangiare finalmente qualcosa di decente. Si capisce?
  • Il terzo anno dell’Uni, nel nuovo coinquilinaggio, inizio a prendere coraggio e forte di avere l’amica coinqui ci spalleggiamo per garantirci un’alimentazione migliore, improntata su salutismo, km zero e spezie. Va tutto bene finché non inizia un giro di aperitivi e cene moleste, che annienta i nostri sforzi di pasti equilibrati e alternativi. Però cucinare insieme era bello, è capitato che si facesse il minestrone, c’erano torte salate col tofu che adoravo, e uno degli highlights è indubbiamente l’aver cucinato le polpette di Serra delle Fate Ignoranti.
  • L’ultima tappa di vita da sola prima della specialistica (sono tornata a vivere dai miei), sono stati i quatto mesi a Copenhagen, meglio noti come “il periodo più bello della mia vita” (still). Ecco, di Copenhagen sottolineo l’entusiasmo di avere la Coop con il logo Coop, e una cultura del cibo del tutto differente rispetto a Dublino, per cui ero motivata e felice e le mie skills culinarie si facevano sempre più avanzate. In più la mensa dell’Uni offriva una sarabanda di verdure crude e cotte, e tutta la roba che ora va di moda anche da noi, ma nel 2010 lì mangiavano già come le instagrammer di punta di adesso. Quindi zero ansia da cibo, in più i momenti più belli sono state le cene indoor con contributi da mezza Europa, ci sfondavamo di cibo e di amore. Sì, ero una Bea davvero felice.
  • Nel 2015 c’è stato il baratro, la parentesi romana anticamera e incubatrice della morte. Il cibo, come sempre, ha rappresentato l’asticella del mio status mentale. Mi ero fissata di riperdere peso con una dieta assurda consigliatami dalla mia ex-suocera, preparavo pastoni e brodaglie che propinavo alla mia povera coinqui-amica e compravo cartoni di albumi. Poi è andata sempre peggio, non riuscivo mai a farmi pranzo, ricordo pezzi di pizza volanti, tramezzini scadenti, molto spesso niente. E poi il buio.
  • Ma attenzione, arriva il 2016, e bam!, vado a convivere. E tiro fuori la vera massaia che è in me, e non ce n’è per nessuno: complice il vivere in pieno centro storico con il mercato della frutta e della verdura sotto casa e un benessere economico dato dalla divisione delle spese, faccio la sciura comprando in bottega e propongo al mio amato manicaretti di livello altissimo, ma tipo tutti i giorni: pietanze da riviste di cucina, forno acceso fisso, grembiulino. Nota bene: avevo la lavastoviglie.

E in un attimo son passati più di dieci anni (merda), vivo da sola sull’eremo, sono costantemente a dieta e il benessere economico è finito.

  • Oscillo tra l’orrore del frigo vuoto e del nutrirmi a latte e cereali (quando c’è il latte – ormai senza lattosio), fottendomene altamente di me stessa, e l’ansia da prestazione per pasti super bilanciati perfetti e moderni e che coglioni basta semini voglio la pasta invece no.
  • Ho provato i NutriBees, non sono per me, ci ho sofferto molto, perché a voi piacciono e a me no?
  • Ho iniziato ad acquistare prodotti che mai mi sarei azzardata fino a poco tempo fa.
  • La Conca è drammaticamente sprovvista di luoghi adeguati alla pausa pranzo (problema enorme, enorme, facciamo qualcosa).
  • Il pasto a scrocco a casa dei miei è sempre un salvavita (ma da usare con parsimonia).
  • Andare in palestra quattro volte a settimana vuol dire che ho bisogno di quattro pranzi pronti e sani: è difficile, non ci riesco sempre, ci provo tantissimo, ho imparato dei trucchetti che mi aiutano.
  • (Guardo ore e ore di video sui meal-prep su Youtube)
  • Cucinare però continua a piacermi da matti, e per le occasioni speciali non mi tiro indietro e adoro dare sfoggio di quello che ho imparato a fare.

Vi prego, possiamo parlarne tanto tutti insieme? Come vi tenete in vita voi?

B.

Bollettino sulle voci inside my head #5

C’è molto traffico nella mia materia grigia, in codesti giorni. Sinapsi che fanno contatto, la scimmietta di Homer che batte freneticamente i piatti, i criceti che girano come forsennati. Il risultato ultimo di questo eccesso di voci inside my head è stato il TAT®, ovvero il Tutto A Troie.

Ringrazio pubblicamente la mia amica C., perché mai definizione migliore fu coniata per descrivere quegli assurdi momenti della propria misera esistenza in cui senza apparente motivo tutto se ne va a puttane. E quando parlo di momenti intendo proprio attimi, frazioni di tempo specifiche, addirittura secondi: ti svegli, è un giorno qualunque della vita che stai conducendo e che ti stai sforzando di far procedere con meno scossoni possibili, dialoghi con te stesso senza soluzione di continuità per garantire la giusta visione d’insieme alle scelte che compi, ti impegni nel prenderti cura di te al meglio possibile e cerchi di compiere azioni mature e adeguate, insomma c’è tutto un sistema strutturale di ampia portata che hai messo su e in cui vuoi credere tantissimo, ma è così fragile e precario, in realtà, che basta un niente (niente che di solito rimane ignoto, il che rende ancora più frustrante il tutto) per farti svegliare, dicevamo, e sentirti inerme, nudo in mezzo a una folla urlante che ti addita e deride, è come se aprendo gli occhi tu scoprissi per la prima volta il mondo con già la consapevolezza che è tutto una merda e basta, fine, la giornata è andata e non ti sei ancora infilato le ciabatte, tutto a troie.

Inizia così una produzione ingente di pensieri catastrofisti di vario genere, che possono partire da un semplice camion che si pianta sulla corsia di sorpasso in salita e portarti alla conclusione che morirai solo nel bilocale di una città in cui sei arrivato per caso e di cui non ti è mai fregato niente, passando ovviamente in rassegna tutti gli errori che hai commesso nel corso della tua vita e che continui a fare ma che sarebbe arrivato il momento di non fare più e allora piangi perché invece anche se ti sembrava di andare bene fai schifo e forse ti meriti di morire in quel bilocale.

Arrivare a fine giornata è un atto eroico, guardi l’ora e il tempo non passa e ti ritrovi a fare le cose più tristi che ci possano essere, non contribuendo affatto alla causa della tua sopravvivenza. Quando finalmente conquisti il letto probabilmente il tuo cervello si prenderà ancora gioco di te e passerà almeno un’ora prima che tu possa finalmente cadere in un sonno profondo e senza sogni, una morte apparente ma provvidenziale, perché il giorno dopo ti sveglierai e puff, tutto finito, ti verrà in mente una cosa da fare e la inseguirai seguendo la struttura in cui ti sei inserito e che è sempre lì, di gommapiuma ma lì.

Ecco, questo è quando va TAT. Ci sono dei piccoli accorgimenti che si possono prendere per evitare che ciò accada nuovamente a stretto giro:

  • evitare di ascoltare in loop gli Zen Circus
  • evitare di pensare ai disagi che reca febbraio: da bambina la presenza del carnevale e il dovermi mascherare e ommioddio se sono mascherata la gente mi vede e io voglio morire, e adesso l’assenza del carnevale di Viareggio nella mia vita (dopo otto anni di partecipazione molto sentita – sì, come tengo sempre a ribadire è molto difficile essere me), nonché il giorno del mio compleanno e tutta la malinconia che ciò si porta dietro
  • evitare di cercare le cose che desideri dove evidentemente non ci sono, dai su, dai!
  • pensare alle cose belle, tipo che è uscita la prima classifica di qualità dell’Indiscreto, yay!
  • serie di descrizioni sdolcinate e melense sulle cose belle che so di avere ma che, fortunati voi, mi tengo per me.

Al prossimo bollettino,

B.

 

Bollettino sulle voci inside my head #4

Visto e considerato che, come abbiamo avuto modo di affermare con forza, gennaio è il mese infinito per eccellenza, forse conviene un po’ fare il punto.

Anche perché vi volevo dire, nel caso non ve ne foste accorti, che non è ancora finito. Neanche domani lo sarà. Stiamoci vicini. Seguirà elenco di cose random, quelle mi piacciono tanto.

  • Ho affrontato l’inizio del nuovo anno con un piglio incredibile. Posso affermare senza incertezza che è la prima volta nella mia vita che i buoni propositi non sono solo inchiostro sparso a caso su carta ma il timone che dovrebbe governarmi la vita. Zitti tutti non lo diciamo troppo forte però applausi per me porca miseria.
  • Volevo aprire una parentesi sulla situazione palestra: forse voi non lo sapete, ma quando mi alleno (che già mi fa ridere usare questo verbo, ma in effetti si dice così) è il momento in cui le voci inside my head hanno modo di correre felici e senza freni (intervallate solo dalle bestemmie). Di conseguenza le mie espressioni facciali mutano di continuo, e ciò potrebbe già essere sufficiente per classificarmi come la strana di turno. Aggiungeteci che, quando ascolto la musica, canto; riesco a farlo solo muovendo le labbra, ma lo faccio sempre (a volte chiudendo gli occhi per esprimere maggiore intensità ma rischiando pericolosamente di perdere l’equilibrio). In più è un momento ottimo per ascoltare i vocali (altro che di dieci minuti), e tendenzialmente ci sarà sempre qualcosa che mi farà scoppiare aridere ragliare. In ultimo, mi potreste anche vedere vagare per la sala pesi trasportando con entrambe le mani un manubrio da 8 kg, ridendo da sola perché immagino la scena vista dall’esterno – e pensare a me che non riesco nemmeno a tenere in mano l’attrezzo con cui devo fare gli esercizi mi fa sbellicare.
  • Visto che tanto la mia alimentazione si stava basando sempre di più sulle Insalatissime Riomare (schifate per una vita, provate una volta per emergenza suprema, quindi ringraziate, benedette e comprate in stock) ho deciso di approfittare del codice sconto della mia influencer di fiducia (brave grazie ancora) e provare NutriBees. Mi arriva la prima mandata di cibo martedì prossimo e ho deciso che mi prendo questa responsabilità per tutti i single che hanno il sacrosanto diritto di non avere cazzi di cucinare ma che vogliono mangiare ammodo. Siamo nel 2019, dannazione. Vediamo come va.
  • La cultura di gennaio è stata ricca (grazie tante, ci sono a disposizione infiniti giorni!): cinque libri (tre belli bellissimi, uno una mmmerda e sto finendo Serotonina di Houellebecq che per ora in generale per me è un sì), due film al cinema (Santiago, Italia di Nanni Moretti stupendo dovete recuperarlo per forza, Maria regina di Scozia sì però dopo un po’ a me ‘sti film anche no, ma Saoirse Ronan straordinaria), una serie entusiasmante (Sex Education, produzione Netflix, in questo caso hype assolutamente sensato) e una rappresentazione teatrale (a Lamporecchio, La signorina Else della Compagnia Lombardi-Tiezzi a Lamporecchio, non so per quale corto circuito ciò sia avvenuto ma io ho goduto tantissimo).
  • Secondo voi quante volte di fila si può ascoltare una canzone su Youtube? No perché temo di aver abbondantemente superato il limite legale con Oroscopo di Calcutta. Vi giuro non so come uscirne aiutatemi.

Bene, la prossima volta che ci leggeremo sarà febbraio, non è una certezza meravigliosa?

B.

Bollettino sulle voci inside my head #3

Ho sempre vissuto Facebook come un diario, prima che la bacheca, il muro, si chiamasse effettivamente “diario”. Uno dei tanti modi che ho per tenere ferma la vita. Una delle cose che temo di più, infatti, è la scomparsa improvvisa di tutto ciò che in questi 10 anni e mezzo (mi sono iscritta il 15 agosto 2008) si è accumulato lì sopra; i momenti in cui sono sparita dagli schermi adesso sono dei grandi vuoti significanti. Sì, ho sempre preso Facebook molto sul serio, e mi sta dispiacendo moltissimo, adesso, cagarlo quasi zero perché la mia preferenza di condivisione si è spostata su instagram, e perché come ormai è sentenziato un po’ da tutti, ha perso di interesse, è un po’ una bolla dove ci teniamo tutti pigramente sotto controllo (e dove scopri, random, che si è sposata la gente più improbabile), dove anche chi non conosci viene rielaborato dal tuo inconscio e può capitare di sognartelo la notte, dove seguo il mondo dell’editoria e le cose che mi divertono, dove mi tengo aggiornata in maniera rapida sulle cose del mondo (in maniera parziale, selezionata, ma efficace), dove nonostante la scrematura operata negli anni qualche cosa che ti annoia/indigna/sgomenta la vedi sempre; è diventato un po’ una di quelle abitudini cui non riesci a rinunciare nonostante l’evidente assenza dell’appeal iniziale.

Quando abbiamo cominciato ad usare Facebook, però, una delle sensazioni che mi pervadevano più spesso era lo stupore di scoprire quante cose in comune avesse l’umanità. Quelle cose minime e tendenzialmente prive di senso, quelle cose che chissà perché credi di fare o pensare solo tu, improvvisamente si trasformarono, grazie ai gruppi e alle pagine, in stupefacenti compagini collettive. Ed era così carino sentirti meno disagiata, così esaltante esclamare “anch’io!”, così divertente sentirsi parte di qualcosa.

Mano a mano, poi, questo piacevole senso di comunione si è trasformato, almeno per la sottoscritta, in malcelato fastidio nel constatare di continuo che non sei unica per un cazzo, che persone che detesti hanno i tuoi stessi gusti/fanno le tue stesse cose, che pure i cerebrolesi condividono parti di te, che quell’idea che ti sembrava pazzesca è già stata ampiamente sviscerata da altri. A me ‘sta roba ha creato un cortocircuito vero, un disagio reale, come se non ci fosse più niente che potesse essere solo e soltanto mio, e quindi che fosse del tutto inutile produrre del pensiero, o se lo fai devi aspettarti di venire accusato di non originalità, di arrivare sempre dopo, di non essere abbastanza. Della serie quanto è difficile essere me.

Insomma tutto questo perché le voci della mia testa oggi volevano condividere un’unica illuminazione, poi qualcosa ha fatto contatto e si è scatenato tutto quello di cui sopra. Volevo soltanto dichiarare che siamo in quel momento delicatissimo in cui gennaio sembra finito, e invece manco per il cazzo, gennaio è infido perché sembra partire in quarta, oh siamo già al 7, e poi invece effetto goccia cinese perpetua, soprattutto nella parte finale (finale di cosaaaaa?), quando inizi a pensare dai, ci siamo, e invece è lì che ti frega, e tu arranchi e dici boh, com’è possibile, e tutto ti sembra un unico, infinito, interminabile giorno grigio, freddo e dotato di pioggerella ghiacciata. Tipo oggi. Ecco, sappiate che è una cosa che penso da quando ho 11 anni. Grazie.

Fatemi sapere se poi sopravvivete.

B.

 

Bollettino sulle voci inside my head #2

Mi sembra arrivato il momento di dare una sistematicità a questo luogo virtuale.

Abbiamo sfangato la prima metà del primo mese dell’anno nuovo, e a me i giri di boa piacciono sempre un sacco: ti fanno riprendere fiato per poi darti l’ulteriore spinta per giungere alla meta.

Sto immaginando da parecchi giorni una Bea migliore, e posso farlo solo perché il 2018 è stato, finalmente, l’anno del cambiamento vero. Quanto è bello potersi celebrare con cognizione di causa! Soprattutto, dopo anni di inseguimenti e cadute e baratri e, ammettiamolo, gigantesche stronzate. Quest’anno l’ho iniziato in uno stato di grazia suprema, sebbene vi siano state vicende che avrebbero potuto impedirmelo. Invece no. Io con sorriso serafico e gatto del vicino acciambellato sulla mia pancia che faccio elenchi, punti della situazione e buoni propositi ragionati.

Un’immagine meravigliosa turbata solamente dal fatto che (per fortuna) ho già avuto modo di constatare che la gonfiaggine che mi contraddistingue non mi abbandonerà mai, tipo che dovevo andare a prendere mia sorella all’aeroporto e se per un caso accidentale non avessi sentito Madre sarei andata felice e contenta in direzione Pisa, mentre lei atterrava a Firenze. Mi faccio proprio ridere da sola.

cose_con_la_b

Obiettivi, dicevamo. Ne ho molti. E la cosa che mi piace di più è che proseguono i piccoli grandi traguardi (e gli insuccessi!) del 2018. Realismo. Consapevolezza. Consapevolezza è proprio la mia parola del 2019. L’ho scritta sul Bullet Journal (mio fedele alleato e amore sincero) e l’ho detta ad alta voce alle mie persone,  quindi sono pronta anche per buttarla nell’internet.

Insomma tutto questo per dire che vorrei provare a scrivere in maniera cadenzata su Cose con la B. Il lunedì vorrei dare aria al mio cervello con una sorta di Motivational Monday – vi giuro che ieri prima di addormentarmi avevo tutto perfettamente chiaro in testa e adesso non mi ricordo nulla!, boh, si vedrà, il mercoledì aggiornarvi sulle voci inside my head, il venerdì avere finalmente un minimo di utilità sociale ragguagliandovi su libri e dintorni. Sarebbe carino farcela, e io ci proverò :).

Vi lascio dandovi una notizia di cui sicuramente non potevate fare a meno: ho scoperto che il mio gruppo sanguigno è B positivo. Come possono non andar bene le cose?

B.