Proud to be B.

Nel 2015 ho attraversato un periodo di merda, non la solita merda in cui adoro sguazzare, bensì la depressione maggiore. Non è un dato importante se non per dire che quello che ti resta è una paura fottuta che risucceda. Mi sono detta che dovevo fare qualcosa di forte per scongiurare questo rischio, perché la prima volta che pensavo di esserne fuori non era vero per nulla. E quindi vabbè da quando ho iniziato il Bullet Journal a febbraio del ’17 è iniziato il mio periodo di “lavorare su noi stessi per migliorare”, e ho raggiunto dei traguardi importanti, tra i quali:

  • Riesco ad accarezzare i gatti, a prenderli in braccio, a provare stima nei loro confronti se non addirittura una forma d’affetto
  • Sono 161 giorni che non tocco una sigaretta (#serenità)
  • Ho affrontato tre primavere senza desiderare di togliermi la vita
  • Sto riuscendo a portare avanti dei progetti nonostante i miei svariati tentativi di autosabotaggio
  • Sono pronta per la prova costume, nel senso che io – io, IO, IOOOOOOO! penso che sia così. Il mondo continua a intervenire su questo corpo, io boh.

Per il momento direi che sono a posto. Perché, ultima illuminazione e poi non ne voglio più sapere almeno per altri cinque anni, ci sono invece delle cose di me che non cambieranno mai, alcune carine altre orribili, e ho capito che sono belle pure loro, che sono mie, e che mi caratterizzano da quando ho capacità di intendere e di volere. Ho una voglia matta di fare elenchi, di mettere punti e accanto cose, liste su liste di cazzi miei, sono in piena fase nostalgica anni ’90, è morto pure Mordillo che è tipo uno dei costruttori fondanti del mio immaginario, quindi capitemi. A giugno mi sono persa un attimo di vista e oh, mi sono spaventata un sacco. Avevo confuso un punto di arrivo con un punto di partenza. Non mi ero concessa di riflettere su delle cose che mi hanno fatto e mi fanno male. Mi ero dimenticata che avevo trovato la pace dei sensi a livello di elaborazione del disagio nel 2004, con i Verdena. Mi ero dimenticata di essere una tartarughina. Mi ero dimenticata che se ho un blog che ha come sottotitolo #sentolevoci e le riverso in rete, un motivo ci sarà. Per fortuna non mi ero dimenticata di avere dei meravigliosi salvavita Beghelli, che hanno funzionato alla perfezione, ed eccoci qui.

Il punto è che siccome ci penso già abbastanza da sola a praticare onanismo mentale, ho capito che non ho più voglia di subire le narrazioni false che vengono fatte su me stessa: purtroppo è inevitabile che le genti tendano a dire le cazzate, e allora invece di arrabbiarmi o provare desiderio di scomparire, voglio rivendicare. Voglio provare un po’ di sano orgoglio per quello che sono, e questo va a nozze con l’amore per il mondo rainbow che provo, anche quello, dall’alba dei tempi (forse perché mi sono innamorata di più uomini gay che etero, ma vabbè dettagli trascurabili) e, come ci insegna Wikipedia:

Gay pride or LGBT pride is the positive stance against discrimination and violence toward lesbian, gay, bisexual, and transgender (LGBT) people to promote their self-affirmation, dignity, equality rights, increase their visibility as a social group, build community, and celebrate sexual diversity and gender variance. Pride, as opposed to shame and social stigma, is the predominant outlook that bolsters most LGBT rights movements throughout the world.

Così sabato prossimo andrò al Toscana Pride a Pisa, e sarò favolosa e ballerò e riderò per sostenere chi rivendica il diritto di amare chi diamine gli pare ed essere come diamine gli pare. Sono discorsi lunghi che certo vorrei approfondire, ma fa caldo, e tra le cose che non cambieranno mai c’è che io d’estate non ce la posso fare, divento inaffrontabile. Però ve lo volevo dire, me lo volevo segnare. Perché è a questo che serve Cose con la B, a tenere traccia delle mie cose, fine.

Volevo fare un post totalmente diverso dove vi raccontavo ciò di cui sono orgogliosa di essere, e invece riesco solo a riassumerlo con parole manco mie, ma di chi mi ha fatto bene quando stavo male, perché se pensassi che tatuarsi le scritte fosse bello, mi tatuerei che sono una che “ce la mette tutta per costruire il mondo che vuole e non esita a tirar fuori le unghie se necessario”.

B.

Ps:

  • Un libro, anzi due: Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani 1989. Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018.
  • Una canzone: Verdena, La tua fretta, da Solo un grande sasso, 2001.
  • Un film: Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006.

 

 

Vuoi star zitta, per favore? No, non più

Questo non sarà un post leggero, riflessivo, scritto ammodo, ben strutturato, con link di approfondimento, ma solo un post incazzato nero. E siccome il blog è mio e, almeno questo, me lo gestisco io, voi non ve ne avrete a male. Perché io in questa breve vita vorrei occuparmi solo di cose felici, unicorni, stelle filanti, colazioni sull’erba e washi-tape, e invece no.

E oggi, proprio oggi che è la Giornata Mondiale contro l’omotransfobia, io ho bisogno di dire quanto sono piena. Perché quello che mi ha insegnato il mondo LGBTQI è che essere proud è tanto difficile, ma tanto necessario e altrettanto bello. E quindi tu fai tutto un percorso interiore di una difficoltà disarmante, ti imponi di cambiare modelli di riferimento punti di vista abitudini schemi pregressi, ti sforzi ad accettare volere bene rispettare te stessa, e love yourself first di lì, e #selfcare di là, e vai ai panel sul femminismo sulla violenza sul discorso di genere, e ti confronti, e di nuovo ti metti in discussione, e segui quello che delle donne pazzesche ma pur sempre umane stanno facendo, e i movimenti, le associazioni, i blog, i podcast, i libri, i saggi, i romanzi, i pamphlet, e le artiste mainstream che pure loro ce stanno a provà, e insomma diodiddio ce la stiamo mettendo tutta per fare i conti con le nostre sofferenze e la nostra alterità e sì, è difficile faticoso e incerto, ma ti fa sentire parte, ti dà visioni alternative, ti dà speranza. Mi sto dannando per volermi bene, per creare rete e dare forza alle mie amiche a fare altrettanto, i campi d’azione sono i più disparati, individuali, personalissimi, ma le strutture alla fine sono le medesime e quindi è per questo che è giusto fare un discorso collettivo, unirsi, abbracciarsi, farsi forza, dialogare, confrontarsi. Benone. Allegria.

Peccato che poi arriva la realtà a darti le ciaffate, e in sequenza la notizia che in Alabama è stata varata una legge sull’aborto che lo vieta anche in caso di stupro e incesto e dalla cara Italia il respingimento della mozione per abbassare l’iva degli assorbenti, che continuano a essere tassati come un bene di lusso, con tanto di commenti del coglione di turno in tv che ci dice come dobbiamo comportarci durante il nostro ciclo mestruale.

E allora per me dovete morire male. Perché non ne ho più di sentirmi dire cosa devo fare del mio corpo dai suprematisti bianchi e dai decerebrati che parlano solo per interesse personale ma più che altro perché sono imbecilli. Mi sono scartavetrata tutto lo scartavetrabile e ho deciso che non starò mai più zitta, in nessun contesto. Che vi sbatterò in faccia il mio sangue se necessario. Le mie storie di merda. Le storie di merda di tutte. Perché è la nostra vita e io voglio avere il diritto di avere diritti. Voglio avere il diritto di essere trattata come un essere umano e non come una generatrice di prole per volontà divina, di una rammollita quando ho i dolori lancinanti per le mestruazioni o il giramento di scatole perché sono in preciclo e insomma noi queste cose, ripeto, ce le stiamo raccontando, ci stiamo provando, ma se lo Stato – lo Stato, lo Stato, ve lo voglio ridire ancora, lo Stato non ci aiuta, è una sconfitta che non sono più disposta ad accettare.

B.

Ps. Vi lascio una canzone bella che mi ha caricata e coccolata mentre camminavo incazzata per le vie della mia città pensando a tutto quello che ho scritto sopra.