Una sarabanda di libri a caso #6

Ho deciso che questa sarà, per il momento, l’ultima sarabanda di libri che vi propongo: è stato bellissimo avere un filo da seguire in queste settimane, un impegno che sono riuscita a portare avanti con felicità. La realtà è che scegliendo questi ultimi continuavo a dire “oddio ma devo parlare anche di lui”, “no ma quest’altro che bello!!”, però adesso anch’io andrò una settimana in vacanza e al rientro sarà magicamente settembre, e a settembre bisogna fare posto per nuovi progetti.

I libri che sono usciti questa volta dai miei scaffali sono storie d’amore; mi sono resa conto che nella mia libreria, a dir la verità, non ce ne sono tante, e anche queste non ne seguono i dettami classici. Mentre rifletto su questa scoperta sconcertante, vi lascio la consueta listina:

  • F. Scott Fitzgerld, Tender is the Night, Penguin Modern Classics 1934 (first published): prima di The Great Gatsby, per me, c’è stata Tenera è la notte, letto in quel di Dublino undici (argh) anni fa. Mi fa impressione rivedere le frasi che ne avevo sottolineato: è una storia che mi ha emozionata tantissimo, fino alle lacrime. Rimasi stregata dalla scrittura di Fitzgerald, dalla sua minuta capacità di descrizione e introspezione, e dal disagio profondo che la storia d’amore tra Dick e Nicole portava con sé. Una lettura cardine della vitah.
  • Iacopo Barison, Stalin + Bianca, tunué | romanzi 2014: il secondo nato della mirabolante collana dei romanzi tunué è una storia d’amore platonica post-adolescenziale, semi-distopica, super bella. Di quelle che non ti aspetti, che hai paura sia piena di cliché e facili ami per il lettore, e invece no porca miseria, e allora ti ritrovi a divorare ogni pagina, a struggerti per i protagonisti, a preoccuparti per loro, ad apprezzare la delicatezza e la profondità della scrittura con un magone che faticherà a scomparire.
  • Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, Einaudi 1999: le pagine di questo libro sono gonfie di salsedine: ho la brutta abitudine di appoggiare i libri che leggo al mare sulla pancia bagnata. E allora questa storia sa di mare, anche se il mare non c’è. Ci sono Pietro e Graziano, la provincia, delle vite strampalate, delle piccole grandi tragedie. C’è il primo Ammaniti, e oh, a me garba un casino. Per me questo è un libro che parla d’amore, quello pazzo, quello dell’infanzia, quello che racchiude tutta l’esistenza.
  • Sergio Oricci, Cereali al neon, effequ 2018: non so se esiste un numero legale di volte per cui si possa consigliare un libro. Finché posso, non mi stancherò mai di consigliare questo romanzo incredibile, di cui l’unica cosa che mi è sempre venuta da dire è: “parla d’amore”. Ricordo i brividi fortissimi della prima volta che l’ho letto: di quando ritrovi sulla carta la descrizione di sensazioni fino ad allora nebulose e riparate da strati ingombranti che, finalmente, hanno trovato la via della fluorescenza.

È davvero questo, l’amore? Ne avevamo sentite tante, ma mai nessuno ce l’aveva descritto così. Due corpi in fusione, in viaggio verso un rapidissimo e doloroso decadimento. Ci destrutturiamo a velocità supersonica.
  • Eve Harris, Il matrimonio di Chani Kaufman, LiberAria 2016: un’altra lettura che, dopo anni, sembra appena essersi conclusa. La vicenda di Chani e della comunità ebrea ultraortodossa in cui vive sono un microcosmo inizialmente imperscrutabile – ma che poi si dipana e quasi quasi arrivi a capire (forse pure ad ammirare) chi riesce a seguire delle tradizioni che sembra impossibile abbiano a che fare con l’amore – finendo poi inevitabilmente per provare rabbia e smarrimento. È un romanzo che un po’ disturba e un po’ diverte, perfetto per dare aria ai pensieri e a renderti conto, ogni volta di più, che questa vita è dannatamente complicata.

Buone letture, e a presto. Io vado a respirare il mare.

B.

Una sarabanda di libri a caso #5

In questa listina c’è un libro che ha aspettato quasi sei anni per essere letto. E poi in due giorni l’ho divorato. Mi ha fatto venire in mente altre narrazioni lette tutte d’un fiato, sotto l’egida del Progetto Fofi. Sono tutti libri scritti da femmine, e il fatto che siano venuti fuori dagli scaffali in maniera spontanea, quasi da soli, mi ha fatta sorridere e non poco.

  • Margaret Laurence, L’angelo di pietra, Nutrimenti 2012: un romanzo dal quale è stato impossibile staccarmi. Capivo, finalmente, quale fosse il genere che più mi apparteneva, storie di vita vissuta, disagio di provincia, ambiguità del personaggio protagonista. Non per niente la canadese Laurence è considerata la controparte femminile del Faulkner della contea di Yoknapatawpha – c’è qualcos’altro da aggiungere? Sì: che ogni singola parola della storia di Hagar, la protagonista e voce narrante, ti resta tragicamente attaccata alle viscere. E sei lei, sei coloro che racconta, sei vita, sei morte, fulcro e motore che ossigena il cuore.
  • Maria Barbal, Come una pietra che rotola, Marcos y Marcos 2010: ecco, qui ci ho versato abbondanti lacrime. Che vi devo dire, a me la narrazione della durezza del mondo contadino mi annienta. Soprattutto quando si interseca a una storia d’amore d’altri tempi, che si avvinghia a sua volta con la lotta rivoluzionaria per cercare la giustizia, il pane, la terra. Una donna, Conxa, che si fa centro del mondo quando questo le volta le spalle, la sua fierezza e la sua indipendenza mi scossero in un momento di profonda stasi, e gliene sono ancora grata.
  • Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio Editore 2013: questa è la lettura che tanto mi ha attesa -e poi stesa. Mi era stata consigliata dall’editore al lontano Pisa Book Festival del ’14. Non so perché fosse rimasto lì, forse perché la parola “filosofia” associata a un romanzo mi crea sempre un po’ di terrore. E adesso in verità vi dico, andate e leggetene tutti, perché ogni singolo personaggio che ruota intorno al filosofo Blumenberg vi dirà qualcosa in più di voi stessi, ma soprattutto è una lettura che reca piacere immenso a livello di parole, di stile, è porca miseria Letteratura, che gioia, che benessere, che sollievo! Le parti sull’Egitto e sul Sud America una cosa che boh.
Roar
  • Marlene Van Niekerk, La via delle donne, Neri Pozza 2010: questo romanzo è meraviglioso. L’ho divorato nonostante la mole, mi ci sono immersa totalmente, l’ho vissuto sulla pelle e sentivo le ferite aprirsi pagina dopo pagina. La costruzione narrativa è molto particolare, cosa che va di pari passo con la difficoltà di ciò che viene narrato, la vita di Agaat, schiava africana, e di Milla, afrikaner che la educa a sua immagine e somiglianza. Lo stream of consciousness si alterna a dettagli particolareggiati, e si crea immediatamente la voglia di sapere come si mette insieme ogni singolo tassello della storia. Ogni personaggio porta in sé l’ambivalenza tipica della vera Letteratura; la Storia sudafricana non è mai esplicitata, ma ben presente in sottofondo. Un capolavoro di commozione e angoscia, indignazione e bellezza.
  • Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri 2012: una narrazione particolarissima, delicata e insieme cruda, poetica testimonianza di esistenze ai margini, ma raccontate e quindi vivificate. Non ci si riesce a staccare da tutte le vicende che vi sono raccontate, alla prima persona plurale, un coro di voci che ti mettono a parte del loro destino di spose giapponesi destinate agli americani. Corri fino alla fine sperando in una salvezza che sai però già essere vana. Credo sia davvero raro riuscire a raccontare storie del genere senza cadere in banalità o forzature. Super super consigliato.

Buone letture (anche dalla Mimì),

B.

Una sarabanda di libri a caso #4

Il caso che lega questa sarabanda di libri è quello di una storia che V. mi ha proposto di leggere a ottobre, convinta che mi sarebbe garbata abbestia. Poi il libro è rimasto lì – come mi aspettavo sarebbe successo. Nel frattempo è accaduto di tutto, anche che la storia di Bonfiglio Liborio finisse in dozzina allo Strega. Sabato scorso, poi, in un luogo incantato, ho iniziato a leggerlo e… sbadabam!, mi ha conquistata. Durante la lettura mi sono venute in mente altre storie, che hanno formato un quintetto che mi somiglia tantissimo. Eccole qui.

  • Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli Editore 1962 (mia edizione Tascabili Bompiani, 2007): la scoperta di Bianciardi, con Il lavoro culturale, prima, e con La vita agra, poi, mi ha rimessa a posto con me stessa, e allo stesso tempo scombussolato la testa e ovviamente il cuore. Nel leggere questo romanzo del boom economico, il racconto di un disagio che più disagio non c’è, la metropoli che illude, il frastuono, la vita operaia, il disincanto completo, la rassegnazione e insieme il torrente di parole con cui ci si scaglia contro ogni minuscolo sopruso della modernità, ecco, io mi son sentita vuota e pienissima insieme, e questa cos’è se non letteratura?
  • Cesare Pavese, La bella estate, Einaudi 1949 (mia edizione 1971): ho letto questo romanzo breve alla fine dell’estate del 2017. Mi ricordo ancora l’afflato che provavo ogni volta che giravo le pagine, il disorientamento, l’avidità di interiorizzare la Bellezza. Gina e Amelia, Guido e Rodrigues: una storia che sembra nascere, davvero, sotto i tuoi occhi, perché Pavese riesce a trasportarti e coinvolgerti in modo raro, naturale, perfetto. Arrivi alla fine in un attimo, e hai solo voglia di ricominciare da capo.
  • Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, minimum fax 2019: cosa si può dire di questo piccolo miracolo letterario? Sì, la tocco piano, perché finalmente ho letto qualcosa di diverso ma non rinvoltato su stesso, bensì con la forza di proiettarsi verso il lettore, senza compiacerlo ma nemmeno senza stordirlo. Un libro/linguaggio, l’epopea di un miserabile che riesce a racchiudere la Storia, ti affezioni a Liborio Bonfiglio, parli come lui, ridi insieme a lui, e poi alla fine magari piangi (io copiose lacrime). Bello bellissimo: leggetelo, please.
Potete leggerlo anche senza spararvi le pose
  • Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori 1949 (mia edizione 1998): Fontamara è il mio romanzo-archetipo della letteratura del disagio. Ci sono rimasta sotto, mi ha segnata, cambiata, fatta sentire strana (lettura di classe in IV ginnasio, sarò stata l’unica a cui sinceramente piaceva), me l’ha svoltata, insomma è uno dei miei romanzi prefe. L’ho riletto da sola, citato non so quante volte, Berardo Viola c’est moi. Il cafone primigenio, i soprusi, le ingiustizie, nulla cambia ma la speranza non muore, si lotta, si casca, si pigliano li stiaffi, ma ci si rialza sempre. Non mi toccate Fontamara per nessun motivo, cuori.
  • I dimezzati | Storie vere di uomini e donne a metà, CTRL edizioni 2020: si tratta del secondo volume della Trilogia normalissima. Il primo è Gli ultrauomini, comprato a novembre e letto, rintanata sulla soglia di casa, durante il lockdown. Dei Dimezzati ho parlato su Lungarno (qui) e poi me lo sono regalata, amandolo tantissimo. Le fotografie che ritraggono i pazienti dell’ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena ti perforano l’anima. Le parole di chi narra sembrano scritte dopo, e invece c’erano già prima. Racconti prefe, La montagna disincantata, Le estranee, Chiamate anonime e Profumo in un’altra lingua.

Buone letture, buone ferie d’agosto,

B.

Una sarabanda di libri a caso #3

Ho pescato un po’ a caso nello scaffale della letteratura americana: è uscito un titolo letto quattro anni fa, tre titoli letti in questi ultimi strani mesi e uno freschissimo di lettura.

  • Richard Ford, Rock Springs, Feltrinelli 1989: mi sono imbattuta in Ford nel 2014. Ho iniziato a caso da Sport Writers, e poi come il più delle volte mi succede non ho continuato. Nel ’17 ho letto Tra loro, posseggo già Il giorno dell’indipendenza e ora che ho letto questa raccolta di dieci racconti mi sento di dire che lo amo. C’è proprio tanta America, però insieme al disagio di un luogo dimenticato da dio come il Montana e di ciò che Ford ne racconta, c’è una delicatezza e un barlume di positività che traspare sempre da ogni racconto, anche dal più cupo. Racconti prefe: Amore, Figli, In malora.
  • Daniel Woodrell, La versione della cameriera, NNE 2019: regalo della I., me lo sono divorata. Belli, belli quei romanzi da cui non riesci a staccarti; vorresti rallentare ma proprio non riesci, la scrittura non te lo permette, né tanto meno la storia: quella di una sala da ballo che nel 1929 è esplosa durante una festa, e i cui colpevoli non sono mai stati scoperti. Ma Alma, nonna di Alek, la voce narrante (la descrizione iniziale pazzesca), ha raccontato al nipote la sua versione dei fatti e quindi no, dovete proprio galoppare verso la fine per poi scuotervi di dosso lo stupore, la polvere e i detriti che vi sono rimasti addosso.
  • Elizabeth Strout, Olive, ancora lei, Einaudi 2020: dopo lo spavento assoluto per non aver apprezzato Mi chiamo Lucy Barton e il trauma del passaggio da Fazi a Einaudi, ho tirato un sospiro di sollievo con Tutto è possibile, per poi aprirmi in un sorriso definitivo con il ritorno di Olive Kitteridge. Sono felicissima per come Strout sia riuscita a inserire il presente senza farlo sembrare posticcio, come si sia tenuta lontana dai piagnistei ma allo stesso tempo vicina alla commozione (io ho pianto salve), come abbia portato avanti il suo personaggio fino alla fine, inserendo riferimenti anche agli altri suoi romanzi. La adoro, fine. Racconti prefe: Pulizie, Luce, Cuore.
E invece no, aprile 2020
  • Jenny Offill, Sembrava una felicità, NNE 2015: un romanzo che mi ha aspettato cinque anni e che sono molto felice di aver letto a maggio: ci stava abbstia. Sottotitolo implicito: “e invece no”. Mi ha fatto sentire viva, è un romanzo che non tratta chi lo legge come un decerebrato ma che richiede attenzione e ti smuove cuore e cervello. Ti ritrovi a cortocircuitare con la protagonista, ti verrebbe a tratti da tirarle i nocchini e a tratti da farle tante carezze. Il racconto di una storia d’amore moderna senza stereotipi né facili cliché. Pagina 83 POSTER.
  • Roger Rosenblatt, Una nuova vita, Nutrimenti 2016: oh, questo libro. Quanto l’ho amato. E quanto l’ho inaspettatamente, amato. Avevo iniziato a leggerlo con un sacco d’ansia e pregiudizi, e invece mi ha completamente resa inerme e sciolta e fatto versare lacrime e so che dovrei, potrei rileggerlo, ma non ce la fo, fatelo voi per favore. È il memoir dell’esperienza dello scrittore sulla nuova vita che lui e sua moglie hanno iniziato dopo l’improvvisa morte della figlia. Un abbraccio lungo un libro, una secchiata di realtà, di tenerezza e di umiltà: vi ci vorrà la copertina, anche con i 39° odierni.

Buone letture, alla prossima,

B.

Una sarabanda di libri a caso #2

Libri che mi ricordano l’estate perché letti in estate, quel periodo sospeso, sempre uguale a se stesso a prescindere dall’anno, dal momento, dalle cose che stai vivendo, da chi hai accanto. L’estate è solo l’estate.

Tre di questi libri hanno la dedica dell’autore. Due di questi libri mi sono stati regalati. Hanno tutti la copertina con i colori del mare, o a volte del cielo. In due di queste copertine c’è chi sta in acqua: una donna galleggia, un uomo nuota nel volto di una donna. In uno di questi libri ci sono disegni incredibili. Tutti questi libri ti sanno restare addosso, come la sabbia dopo un giorno di mare, che rimane ovunque, e ritrovarla nei posti più impensabili ti fa sorridere e ti aiuta a respirare.

  • Valeria Parrella, Almarina, Einaudi 2019: romanzo finalista all’edizione 2020 del Premio Strega, l’ho letto a giugno dell’anno scorso: è pieno di sottolineature e orecchie e riflessioni scritte in obliquo: “gente che ci sa fare con le parole”, “la meraviglia”, e poi frecce, asterischi, cuori. Segni inequivocabili che un libro mi è piaciuto davvero, ma davvero tanto. Mi accodo a coloro che lo hanno già spassionatamente consigliato: leggetelo, che poi vi sentirete diversi.
  • Paolo di Paolo, Una storia quasi solo d’amore, Feltrinelli 2016: una delle letture agostane del 2016, approcciato con un po’ di diffidenza perché e la parola amore nel titolo, e i narratori italiani, e la contemporaneità… io sempre inquietudine e terrore. E invece rimasi così colpita e cullata dalla storia di Nino e Teresa, e dal modo di raccontarla dell’autore – che non mi faceva incazzare ma anzi, mi restituiva sorrisi e silenziosi cenni di approvazione, che mi sento proprio di suggerirne la lettura pure a voi.
  • Eshkol Nevo, Pax Paloscia, Vocabolario dei dei desideri, Neri Pozza, 2020: micro racconti abbinati a illustrazioni che quasi ti verrebbe l’istinto di strappare dal libro e appendere in casa ma no ovviamente no. Un dono improvviso, inaspettato, che avvolge di ulteriore significato le frasi secche e precise di Nevo. Uno stile che non prediligo, ma che alla fine del libro si è dotato di senso, ed è riuscito a trasportarmi in luoghi e situazioni altre e a loro modo affascinanti, lasciandomi sospesa e con il cuore che vibrava.
Happy B.
  • Alan Pauls, Storia dei capelli, Edizioni SUR, 2012: Alan Pauls (il bonissimo Alan Pauls) era ospite all’edizione 2016 della Grande Invasione, per presentare in realtà Il fattore Borges. Ma a me piace sempre cominciare dall’inizio (anche se questo è il secondo volume della trilogia, ma il primo pubblicato da SUR). Insomma, Storia dei capelli è uno dei miei libri prefe, un continuum narrativo che non ti permette quasi di staccare gli occhi dalle pagine, un capolavoro, oh! Non riesco mai a dirlo in modo diverso: la letteratura sudamericana si invischia nella pelle e si fa sudore, brividi e materiale che ti spalanca i sensi verso pensieri e percezioni inimmaginabili fino a poche parole prima.
  • Yves Pagès, ricordarmi di, L’Orma editore, 2015: questo libro risale ai tempi di Roma. Fu presentato alla libreria minimum fax a Trastevere, non ne ho purtroppo ricordo (per l’appunto la dedica dell’autore dice “un libro di amnesia selettiva”: della serie, non avrei saputo dirlo meglio). Però le parole depositate su carta permangono, e questa raccolta di memorie sparse, piccole o grandi, divertenti o malinconiche, sono uno di quei gioiellini letterari che solo case editrici indipendenti e di ricerca possono pubblicare, e di cui noi possiamo godere.

Alla prossima, abbracci sudati,

B.

Una sarabanda di libri a caso #1

Quando riprendo le fila della mia esistenza la prima cosa che certifica l’avvenuta rimessa nel mondo è la cura per libri: ricomincio a dedicare loro grandissima parte del tempo, a condividere quelli che leggo in real time (purtroppo non ancora su Real Time), ad aggiornare l’elenco di quelli letti e a spupazzarmeli tutti. Sistemando i volumi nelle nuove librerie mi sono resa conto di quante storie belle ho letto e con cui non vi ho tediato: non me ne capacito, sono qui con la mia espressione incredula e sdegnata da circa un paio d’ore (questa).

E visto che, è incredibile LO SO, siamo in piena estate, mi sembra allora il momento perfetto per prendermi questo piccolo impegno settimanale, che magari a qualcuno queste listine di libri sparsi possono tornare utili.

  • Sara Taylor, Il contrario della nostalgia, minimum fax, 2018: mamma mia quanto, quanto è bello questo libro. Madre e figlia, viaggio, Stati Uniti, disagio, romanzo di formazione all’incontrario, parole che si appiccicano e descrivono alla perfezione momenti, sensazioni, vuoti. Ci si sposta e ci si ferma e si inseguono donne diverse, si chiamano tutte Laura e sono state fondamentali nella vita della madre di Alex, voce narrante e portante. Una di quelle storie che ti costringi a leggere piano, perché ad ogni pagina che ti lasci indietro inizi a sentire proprio la nostalgia.
  • Jane Sautière, Guardaroba, laNuovafrontiera, 2018: questo me lo tenevo da leggere da un bel un po’ di mesi, ed è stata una delle prime letture che sono finalmente riuscita a fare nei giorni della quarantena. E continuo a pensarci, e penso anche di averlo tirato fuori proprio al momento giusto. È un memoir intimo e delicato, in cui l’autrice ripercorre la propria vita attraverso gli abiti che ha indossato. Un’idea semplice no? Eppure, non credo fosse così facile da realizzare. Andate oltre le prime pagine, e non riuscirete più a staccarvene e a sottolinearne le parole.
  • Stefan Zweig, Mendel dei libri, Adelphi, 2008: questo è un gioiellino, una piccola cosina letteraria preziosa, non solo per chi è infognato nella letteratura, ma proprio per chiunque voglia capire cosa significhi scrivere santinumi ammodo. Sarebbe proprio da portarselo sempre dietro e rileggerlo a giorni alterni. Perfetto da regalare a chi si vuole bene per davvero (e poi Zweig di cosa stiamo parlando insomma). Io lo avevo scoperto, ai tempi, grazie a internostorie.
Intermezzo con Mimì Magia dell’integrazione massima a Happy Home
  • Julio Ramón Ribeyro, Solo per fumatori, laNuovafrontiera, 2013: otto racconti che all’improvviso ti rendi conto di aver divorato, così densamente sudamericani. Conosciuto grazie a Fofi, era la prima volta che leggevo un peruviano: è incredibile come si senta la differenza tra ciascun paese d’origine, e allo stesso tempo pure quella cosa che se uno leggesse senza sapere né titolo né autore dopo poche righe esclamerebbe hey, ma questo è un sudamericano! Ho apprezzato l’abilità di Ribeyro nel destreggiarsi nell’arte del racconto, e come sia riuscito a far sfiorare, in certe storie, il realismo col fantastico. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è chiaramente il mio prefe.
  • Allan Gurganus, Non abbiate paura, Playground, 2014: questa fu una scoperta pazzesca, una delle tante fatte grazie alla biblioteca di Baselga che l’estate fa il mercatino di libri. Una storia agghiacciante e quindi perfetta da leggere quando ti sudano pure le palpebre, è tutto un esclamare a voce alta nommaddavero e ommioddio e però quanto è scritto bene! Non aggiungerei di più perché si rovina tutto, quindi consiglio a voi di leggerlo e a me di recuperare gli altri titoli, come mi ero prefissata nel ’16, di questo poco noto ma dice fondamentale scrittore ammerrigano.

Grazie di essere passati, a presto, saluti e baci.

B.

Giulio Pedani, L’iguana era a pezzi • Tre vite lungo la Francigena

Quando ho letto il sottotitolo dell’ultimo romanzo targato effequ ho dovuto ricacciare dentro un grido di terrore: ho il trauma della Via Francigena dalla tenera età di 17 anni, quando al liceo venne una coppia di tizi cattolicissimi a raccontarci il loro pellegrinaggio lungo la Via Francigena, e io e la Maggica si rimase tramortite dal tedio e dal disagio, e non servirono le risate con cui provammo a esorcizzare il tutto: da lì in poi ho avuto il disgusto vero nei confronti di ‘sta cosa che pensavo fosse dedicata esclusivamente a religiosi fanatici, una setta di gente noiosa che scendeva verso la Capitale raccolta in preghiera. Grazie a uno scherzo della vita ho dovuto addirittura accogliere i pellegrini quando facevo il tirocinio alla biblioteca di Altopascio, e mettevo i timbrini sulla loro tessera pensando santinumi, e però poi portavo ‘sta gente un po’ matta e tutto sommato ganza alla foresteria offrendo loro la versione migliore di Bea Magia dell’Accoglienza. Un paio d’anni dopo ho scoperto invece che la Francigena sembrava essersi improvvisamente trasformata nella cosa più cool da fare tipo per ritrovare se stessi, e lì proprio mi partì l’odio cieco.

Ora, che io abbia dei problemi è pacifico, ma poi la verità è che ho solo bisogno di esser presa a ciaffate nel muso in modo da potermi ripigliare ma soprattutto riappacificare con le cose. Ebbene, curiosamente, ancora una volta, le ciaffate me le tira effequ, e bimbi io ve lo dico, questo per me è ufficialmente Il Libro dell’Estate 2019. Adesso vi spiego perché (per la trama, qui. Per una recensione vera, qui).

  • È un romanzo che mi ha ricordato chi sono, chi sono sempre stata e chi vorrò ancora essere: mi ha riportato al liceo, mi ha riportato agli universi delle canzoni, dei film e dei libri che mi hanno formata. Gli universi a cui appartengo.
  • È un romanzo che man mano che il testo si svela ti fa provare dei tuffi al cuore che Tania Cagnotto non si qualifica neppure. I gruppi di amici coi soprannomi. I vecchi al circolo. La provincia. Gli oggetti desueti. Gli elenchi di cianfrusaglie. La musica ammodo. La strada. Il cammino. La solitudine. La polvere. L’umorismo come garba a me. La nostalgia. La voglia. Gli aneddoti. Le incomprensioni. Le cose brutte. La rabbia.
  • È un romanzo in cui il paesaggio è il quarto protagonista. Perché è il paesaggio che vedi camminando, e ci sono delle cose che si vedono solo a piedi, e sono le cose che guardo anch’io. Nelle parole di Giulio Pedani, negli occhi di Cile, ho trovato i miei occhi.
  • È un romanzo che racconta davvero l’Italia, il Paese cui voglio un bene dell’anima ma che odio con altrettanta forza: L’iguana era a pezzi pulsa di vita, dentro ci sono le storie di tutti, ce ne sono tante, sembrano inesauribili, tuttavia non ti bastano, ne vorresti ancora.
  • È un romanzo allora che non vorresti finisse mai, e che quando finisce ti senti male.
  • È un romanzo che mi ha fatto pensare con precisione a tutte le persone da cui vorrei venisse letto.
  • È un romanzo che le cose te le fa vedere, leggendo non riuscivo a smettere di pensare Giulio Pedani raccontami la vita, ho sentito tutto, e io devo sentire sulla pelle, nel cuore, negli occhi.
  • È un romanzo che ha realizzato uno dei miei sogni più grandi: essere un maschio, nello specifico un maschio nato una decina d’anni prima di me (poi un giorno ‘sta cosa ve la spiego meglio).

Laura Pausini - Innamorata
Laura Pausini – Innamorata

 

A due settimane esatte dallo scioglimento formale della Democrazia Cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra a quel momento, nel grande castagneto del Bosco di Marmo cominciarono i preparativi per l’ennesimo cenone. Da molte stagioni ormai, per un’unica sera ogni estate, vi trasmigrava tutto il borgo. Non c’era niente da commemorare; nessuna processione in onore di qualche martire; neanche la classica sagra dei sapori tipici. Qualcuno, anni prima, aveva semplicemente deciso, all’apice della calura di agosto, di spostarsi lassù con sedie, radio, birra, ghiaccio, vino, salumi affettati, carte, scacchi e sigari. Poi aveva portato altri tavoli e altri amici.

Quindi adesso andate e accaparratevi ‘sta meraviglia. Leggetela con calma, piano piano, tappa tappa. C’è pure la mappetta, ci sono i disegnini che dividono i pezzi. E poi ne possiamo parlare insieme tantissimo e forever? Grazie.  

  • Giulio Pedani, L’iguana era a pezzi • Tre vite lungo la Francigena
  • effequ, 2019 (giugno)
  • Pp. 2304
  • € 15

B.

Elvira Navarro, La lavoratrice

Oggi esce in libreria La lavoratrice, per la casa editrice pugliese LiberAria (qui per sapere chi è LiberAria, qui per approfondimenti editoriali, qui per la trama). Io l’ho letto in anteprima già più di un mese fa, e continua a non volersene andare, adesso ve ne parlo così passo a voi la palla del disagio, cuori.

Non mi viene mai un modo intelligente di parlare di un romanzo quando mi è garbato abbestia, perché tendenzialmente succedono queste cose:

  1. Vorrei dire solo bello bello bello BELLO, leggetelo pure voi.
  2. Vorrei scriverci una tesi di laurea. Ecco, pretendo schiere di studenti di lingua ispanica che ci si flashino e ci si intrippino e ci scrivano vagonate di cose sopra.
  3. Vorrei leggere tutta la produzione di chi lo ha scritto, quindi mi sa che devo recuperare il mio spagnolo perché di Elvira Navarro voglio leggere TUTTO.
  4. Vorrei scriverci paginate e paginate di cazzi miei – ma ve le risparmio.

La lavoratrice per me si inserisce nel filone della letteratura che ti piglia a ciaffate di cui mi sto nutrendo negli ultimi anni, e l’effetto che fa è che ne esci centrifugata ma contenta. Ci sono due parti principali, e una terza che chiude e raccoglie. C’è un senso di slittamento continuo, ci si confonde tra ciò che è vero e ciò che è falso, si passa spesso dal dentro di un appartamento al fuori della città, dal dentro della mente al fuori della vita reale. Tuttavia è pure una meravigliosa indagine sul nulla, un loop di pensieri che si accartocciano su se stessi, e di cui è affascinante seguirne le fila. C’è una parte incredibile di riflessione sull’arte, sul lavoro culturale. C’è qualcosa di appiccicoso, come in tutti i romanzi di lingua spagnola. Una delle due protagoniste è pure una specie di flâneur che vaga per le calles di Madrid e viene raggiunta da illuminazioni ed epifanie; allora è anche un racconto dell’urbanità, e il camion della basura è un personaggio del romanzo, così come i fili che rubano l’elettricità. C’è la depressione, ci sono tic della postmodernità che appartengono a tutti noi. E sebbene la menzogna sia una delle sfere primarie del romanzo, le parole di Elvira Navarro sono quantomai reali, esatte, ricercate; non c’è affettazione, ed è questa la cosa che io adoro di più in un testo letterario. Quando ti scarnifica senza dartelo a vedere. Ho pensato tanto al self love che sto cercando di mettere in pratica, mentre lo leggevo. Ho pensato alle teorie orlandiane, al realismo, agli spazi, all’urbanizzazione, all’arte, al disagio, al disagio psicologico, ancora al disagio, ai viaggi in macchina di quando ero bambina. Ho pensato a Joyce, e a Galdós, e a Unamuno, e poi ho sorriso tanto.

c’era la possibilità che quel delirio fosse reale?

Grazie a LiberAria poi è successa una cosa ganzissima: ho potuto parlarne con l’autrice durante il Salone del Libro. Tra un sorso di vino e un boccone di mortazza da Eataly, Elvira Navarro mi ha detto un monte di cose pazzesche perché lei è una super giusta, ma io vvb e non vi tedio, se volete saperne di più pm me, lol.

Insomma leggete ‘sta bomba e poi venitemelo a ridire.

  • Elvira Navarro, La lavoratrice
  • Titolo originale: La trabajadora
  • Spagna
  • Traduzione dallo spagnolo di Sara Papini
  • LiberAria, 2019 (giugno)
  • Pp. 173
  • € 18

B.

Vanni Santoni alla Cité – le combo, quelle belle

Il tour dell’ultimo romanzo di Vanni Santoni, I fratelli Michelangelo, assomiglia a quello di una rock-band che si spara decine e decine di concerti in qualsiasi spazio, evento, manifestazione, rimbalzando come una pallina da un capo all’altro del Paese. La prima è stata a Roma il 16 marzo, e ci sono già alle spalle librerie con solo posti in piedi, a Firenze I fratelli avevano esordito all’IBS, ma la presentazione alla Cité è una “sacra tradizione” che non si può disonorare.

COSÌ PARLÒ SARMI ZEGETUSA

A me sentire Santoni è una cosa che mi fa star bene, quindi vi meritate pure voi le sue perle di saggezza – ma vi assicuro che rendono meglio se leggete il romanzone (che è una bomba, una bomba!).

  • Svolta assoluta su “questa cosa del trombare”, che un tempo “era parecchio importante” – la prima parte del romanzo indaga infatti la tardiva educazione sentimentale di uno dei figli, Enrico: aveva senso “finché aveva senso politico, fino a che cioè poteva rivendicare territori di libertà che non c’erano, e quindi andavano fatti i conti con questa questione”. Boh, amici, pensiamoci davvero.
  • Anche perché adesso per Vanni Santoni la questione spirituale è quella centrale (affrontata nell’ultima parte), “quindi il passaggio dalla figa a Dio è emblematico ma pure tragico”. Grazie. Grazie.
  • Nel romanzo ci sono sì delle chiavette che esplicano i vari congegni allegorici, però dai, non è che i libri devono essere dei passepartout.  D’altra parte, le sezioni di Louis e Rudra, quelle che contengono chiavi, sono anche le uniche che gli editor avevano proposto di togliere (risate da sit-com in sottofondo).
  • Stiamo uscendo da un’epoca in cui essere realizzati corrispondeva a un determinato posizionamento della società, adesso è una questione personale ed è una conquista (qui mi sono illuminata San Paolo style).
  • La questione dell’arte contemporanea è indagata nella parte di Cristiana: l’arte da Duchamp in poi, si è liberata dal medium,diventando pura idea, ed è per questo che l’arte contemporanea spesso viene accusata di essere fuffa: il fatto che conti solo l’idea è più difficile, e Cristiana non ce la può fare malgrado il suo enorme talento.
  • L’editoria è la versione sfigata dell’arte, a *** (fiera di cui mi son persa il nome) ci sono le stesse dinamiche del Salone del Libro, ma estremizzate e con più riccanza.
  • Ho scoperto il fenomeno dello Zombie Formalism (please ask google).

la citè vanni
Foto della Cité (io in pole position as usual, sia mai)

LE VOCI INSIDE MY HEAD

  • Una delle svolte vere delle presentazioni alla Cité è vedere le persone oltre le grandi vetrate che, passando, guardano dentro stupite, incuriosite, perplesse, compiaciute. E quando a qualcuno si schiude un sorriso è bellissimo.
  • Federico Di Vita, che presenta il romanzo, dice che la nostra generazione ha problemi con quella precedente, perché ha avuto molto, noi non riusciamo ad avere altrettanto (sì, son d’accordo). C’è quindi un rimosso con cui adesso si sta tornando a fare i conti, e ritroviamo abbestia il tema del padre in molti romanzi recenti (ne scriverà presto un articolo). E io mi chiedo, allora, ma poi chissà se è proprio recente ‘sta cosa o se è sempre stata così, non c’era un riquadro sul Luperini che indagava la tematica paterna quando si è fatta la Coscienza di Zeno? Non è invero la queen di tutte le tematiche, un esondante GTR (Grande Tema Ricorrente), e quindi insomma va bene flasharsi ma anche no? Poi io sono basica e quindi la risposta sarà sicuramente no, ma vabbè. 
  • Federico Di Vita dice che I fratelli Michelangelo è un flusso, perché procede con grande rapidità – e io un po’ penso a Tegamini che dice che se vuoi leggere una roba scorrevole ti leggi il rubinetto dell’acqua (cuoroni), e un po’ penso al flow dei rapper che non va interrotto (Ninna nanna, ninna ninna oh / Uooh ooh / Questo flow a chi lo do?), e appunto, io sono basica, e rido da sola.
  • A un certo punto parlano di roba induista che no entiendo, e i criceti fan fatica.
  • Sponsorizzo tantissimo un Vanni-Pocket che ti legge i suoi libri sempre a disposizione, perché è tipo imprescindibile.
  • Da Sabatino si mangia bene – e si ride molto.

B.

 

Jen Beagin, Facciamo che ero morta

Ah, i libri-disagio. Ah, i libri-disagio ambientati negli Stati Uniti. Sono proprio una mia debolezza, lo so, che ci posso fare?

I libri-disagio ammerigani mi si conficcano nel petto come frecce avvelenate, credo che la sensazione sarebbe più o meno quella. Facciamo che ero morta, romanzo d’esordio di Jen Beagin (amo tantissimo che sia un po’ una Bea pure lei), mi è garbato abbestia sotto ogni punto di vista.

È la storia di Mona, una ragazza che viene da un’infanzia non esattamente felice (soprattutto per colpa del padre) che le ha generato una serie di disfunzioni varie, voi pensate a un disagio e probabilmente ce l’ha, ma ne ha anche alcuni che non vi aspettereste e che fanno male. Mi piacciono i libri che fanno male. Leggere le prime sessanta pagine non è stato facile per me, Mister Laido e il Buco mi hanno fatta incupire parecchio, e più che altro l’ho odiata, Mona. Poi da quando da Lowell, in Massachusetts, si è trasferita a Tacos, New Mexico, per provare a svoltarla a quelle duemila miglia di distanza che in America sono due passi, ho imparato a capirla di più e a volerle bene, dannazione, e quindi a patire per lei. Ma non è patetica Mona, nonostante ce la metta tutta per esserlo. È intelligente e ironica, tagliente sì, ma non respingente: ho adorato il suo sguardo sul mondo, i suoi trip mentali, la costellazione di personaggi così assurdi ma così veri che la circondano, le sue paure, le sue manie, i suoi talenti un po’ deviati.

Mona tira a campare pretending to be deadfacendo le pulizie. Ho amato tantissimo ogni descrizione di come pulisce gli spazi delle case dove lavora – mi sono ritrovata nel mio breve passato da donna delle pulizie nelle terre d’Irlanda durante il mio Erasmus, e ho apprezzato il topos dello scoprire il mondo attraverso i segreti altrui, quelli più sordidi e reconditi. Mi è piaciuta un sacco la struttura del romanzo, suddivisa in quattro parti in base ai personaggi che condizionano la vita di Mona in quel momento. Condizionamenti, dipendenze, autolesionismo, voglia di non-farcela, bisogno di farcela. Mi ha ricordato molto Carne viva di Merritt Tierce (edizioni Sur, 2015), un altro libro-disagio che indagava, invece del mondo delle pulizie, quello della ristorazione.

Chi l’avrebbe mai detto che potesse essere così gratificante – così esaltante – distruggere una cosa amata, rendendola inutilizzabile da chiunque altro?

Ci sono anche dei giochi di parole interessanti, non è una scrittura piatta e monocorde (non è nemmeno barocca eh, però io di base voglio anche un po’ godere quando leggo, e qui l’ho fatto), e la traduzione di Federica Aceto è come al solito impeccabile.

  • Jen Begin, Facciamo che ero morta
  • Titolo originale: Pretend I’m Dead
  • Stati Uniti
  • Traduzione dall’inglese di Federica Aceto
  • Einaudi, 2019 (gennaio)
  • Pp. 224
  • € 19

B.